Nel Salento dei pastori

Poco più a sud di Otranto, proseguendo sulla litoranea adriatica, si raggiunge la caletta di Porto Badisco, un piccolo approdo incastonato nella roccia e riparato dai venti. Da qui si snoda un percorso ad anello di circa dieci chilometri che in parte costeggia questo splendido tratto di mare e in parte si spinge nell’entroterra, tra masserie abbandonate e suggestivi sentieri stretti tra profonde fenditure carsiche.

Decidiamo di percorrerlo in una domenica d’autunno, partendo di buon’ora in compagnia di una ventina di camminatori radunati dall’Associazione Il Giunco, molto attiva in Puglia, benché giovanissima, che promuove una cultura basata su stili di vita consapevoli per salvaguardare ambiente, legalità, bene comune e benessere, “nel rispetto delle tradizioni e dei circuiti locali dal basso”, come spiega il suo presidente Domenico Turrisi.

Il cielo è di un color grigio argento intenso, rischiarato da qualche timido raggio di sole che non tarderà a riscaldare la temperatura. Accanto a noi, il mare è un’enorme distesa plumbea e silenziosa accarezzata da un delicato vento proveniente dalla vicina costa albanese, i cui alti rilievi montuosi, oggi avvolti dalla foschia, sono ben visibili nei giorni tersi di tramontana. Sotto i nostri piedi la terra rossa tipica di queste zone si snoda tra enormi massi di pietra calcarea bianchissima, trasportati sulla terraferma dalle onde scatenate da un violento maremoto che colpì la zona a metà Settecento. “Non si spiegherebbe altrimenti la loro presenza, rilevata solo in questo tratto di costa”, racconta Fabio Mitrotti, geografo e cofondatore dell’associazione, la nostra guida.

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Pecore al pascolo nel parco Otranto-Leuca | Salento | Foto di F.Araco | SlowSud

“Stiamo attraversando una zona calcarea dedicata prevalentemente al pascolo ovino, come testimoniato anche nei catasti onciari di epoca borbonica. Questa attività è tuttora molto diffusa, con produzioni casearie distribuite su tutto il territorio. Da un punto di vista naturalistico siamo in una zona di sud steppa, con tratti di macchia mediterranea, una piccola pineta di recente impianto e alcune aree agricole. Ci sono, poi, molte specie rupicole di varietà particolari, qui protette dal parco Otranto-Leuca. Tipiche di quest’area sono anche la bellissima orchidea selvatica e la quercia spinosa, un arbusto che ha sviluppato questa particolare conformazione delle foglie per non essere mangiata dagli animali”. Le zone a pascolo sono notoriamente quelle con il più alto tasso di biodiversità proprio grazie alla presenza di escrementi animali che trasportano semi pronti ad attecchire e a riprodursi ovunque trovino terreno fertile, continua Fabio. Il manto erboso è infatti ovunque puntellato da fiorellini selvatici di varie forme e colori: margherite prataiole, fiori  di calendula, malva ed elicriso fanno capolino tra i cespugli di timo, salvione giallo e menta selvatica.

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Torre Sant’Emiliano | Salento | Foto di F.Araco | SlowSud

Dopo circa venti minuti di cammino raggiungiamo Torre Sant’Emiliano, una torretta di avvistamento costruita nel XVI secolo, dopo la presa di Otranto da parte dei turchi nel 1480, quando la costa era diventata facile preda di pirati saraceni e algerini. Il re Carlo V dispose, quindi, la costruzione di un sistema di segnalazione e difesa lungo tutto il litorale. Torre Sant’Emiliano sorge su uno sperone roccioso che domina il canale e la piccola isola omonima ed è in collegamento visivo con Torre Palascia, a nord, e Torre Minervino, a sud. Per questa sua collocazione particolare costituiva all’epoca un indispensabile snodo di riferimento in caso di allarme.

“Da un punto di vista marino, il tratto di costa tra Otranto e Leuca è estremamente ricco, a partire dalle numerosissime grotte, sia sommerse che semi sommerse, decorate con bellissime pitture rupestri, che presentano importanti similitudini naturalistiche con quelle delle coste albanesi e greche”, spiega Adolfo Cavallo, biologo marino, membro dell’associazione e collaboratore con il centro di educazione ambientale che ha sede all’interno del faro della Palascia. “Tra le specie presenti va sicuramente menzionato il coralligeno pugliese, che è completamente diverso da quello tropicale, vegetale, perché si tratta di una specie animale. Stiamo cercando di allargare la protezione anche al mare, dato che ora il parco protegge solo l’entroterra fino alla costa. L’innalzamento delle temperature delle acque sta provocando grandi cambiamenti nel Mediterraneo, come il fenomeno dello sbiancamento dei coralli, visibile specialmente al largo di Leuca, e favorendo l’invasione di specie ‘aliene’, per esempio quelle provenienti dal canale di Suez che ora trovano anche qui un ambiente perfetto per vivere e riprodursi. Questa zona ha visto anche il naufragio di imbarcazioni storiche, alcune addirittura di epoca romana, visibili immergendosi anche a poche miglia dalla costa. Anche per questo il Salento è una delle mete preferite dai sub”.

Spostandoci verso l’entroterra, attraversiamo un’ampia zona agricola seguendo un sentiero incorniciato da bassi muretti a secco e in alcuni punti pavimentato con enormi chianche di pietra leccese per consentire il passaggio di carri, con segni in parte ancora visibili.

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Alla Masseria Cippano | Salento | Foto di F.Araco | SlowSud

Raggiungiamo poi la bellissima Masseria Cippano, una fortificazione medievale ora abbandonata e recentemente rilevata dal comune di Otranto. In comunicazione diretta con Torre Sant’Emiliano, questa struttura era parte integrante del sistema difensivo dell’epoca: da qui era infatti possibile ricevere i messaggi di allerta o pericolo segnalati lungo la costa e inoltrarli rapidamente nei centri abitati dell’interno. Munita di un’imponente torre (alta circa 15 metri) e realizzata su due livelli, la struttura era arricchita da una scala con ponte levatoio, ormai inagibile. Un complesso sistema di cisterne consentiva di raccogliere, filtrare e trasportare l’acqua piovana nei diversi ambienti, adibiti allo svolgimento delle numerose mansioni legate alla vita agricola e pastorale di quei tempi. A pochi metri dalla masseria è ancora visibile la splendida chiesetta settecentesca dedicata a Sant’Isidoro che accoglieva i fedeli della contrada nei giorni di festa e per la celebrazione delle liturgie religiose.

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La chiesa dedicata a Sant’Isidoro | Salento | Foto di F.Araco | SlowSud

Ci rimettiamo in viaggio poco dopo pranzo, lungo una stradina bianca circondata da un tappeto di minuscoli fiorellini di calendula, tra uliveti argentati, pale di fichi d’India e vecchie pagghiare.

Più o meno a metà strada, ci sorprende una pioggerellina fresca e leggera che rende l’atmosfera come sospesa e la nostra camminata si fa improvvisamente più silenziosa. L’ultimo tratto del percorso si snoda attraverso sentieri stretti tra profonde fenditure carsiche, create dal secolare passaggio dell’acqua piovana e dall’incessante lavorio dei venti.

Sono affascinata da questi paesaggi così incontaminati, movimentati e selvaggi che difficilmente avrei pensato di trovare in questa immobile lingua di terra stretta tra due mari e dagli orizzonti piattissimi e sconfinati.

Al di là delle sue fin troppo note, benché splendide, spiagge prese d’assalto in agosto dal chiassoso turismo di massa, questo estremo lembo orientale d’Italia nasconde, infatti, molti luoghi e itinerari ancora sconosciuti da esplorare, con silenzio e lentezza, nei restanti undici mesi dell’anno.

Per conoscere gli altri appuntamenti in programma sul territorio:

http://www.giuncoweb.org/

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